:: lunedì, 07 luglio 2008 ::
che ancora mi sto rotolando sul letto come un verme inquieto. incapace di dormire, incapace di alzarsi.
che è giunto il momento di mettersi a dieta.
che quest'afa, dopo un pò, taglia la gola. e spezza gli occhi già la luce fluorescente del sole.
che vorrei trovare una storia perfetta e definita per costruirci intorno un romanzo.
che mi manca il sapore della salsedine sulle labbra. e la sabbia dentro il costume.
che è bello guardare il mondo dalle ferite orizzontali delle persiane.
che vorrei sapere dove mi porterà la mia estate. Iniziamo da quella, magari è più semplice.

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:: lunedì, 17 marzo 2008 ::
quando si capisce di non avere una vita sufficientemente magica o avventurosa tale da procurare interesse. quando tutta la specialità che si sentiva scorrere nelle vene non è altro che un modo per evadere dalla mediocrità, da sempre e per sempre odiata. un continuo raccontarsi boiate per giustificare il banale.
non si scappa, no, prima o poi tutto diventa chiaro e lucido, specchio su cui non si può fare a meno di vedere. certo, tutto può essere soggettivo. ma le tracce alla base sono quelle, la somiglianza con tutti gli altri pure.
è qui che si fa uno scalino in più. è qui che si decide di dare importanza alla forma, al sentimento, al colore con cui si sceglie di osservare il mondo. il proprio filtro personale. unico e inimitabile.
c'è troppa uguaglianza per essere unici. è necessaria una finzione genuina.

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:: giovedì, 10 gennaio 2008 ::
Parti, ritorna. Non riesci nemmeno a riprendere un vecchio ritmo, una vecchia abitudine, che subito il treno fischia e l'odore di stantio dei sedili ti rientra nel naso per sei ore.
La velocità, sia della locomotiva sia della vita. Mai un attimo per fermarsi e riflettere. Su quello che si fa, su quello che si è e non si vuole essere. E su cosa vogliamo diventare. E su chi non vogliamo intorno.
Non c'è tempo. Non c'è tempo, il cancro del secolo. La frenesia. Il non pensare come forma di difesa.
Ma è così indispensabile vedere al di là di quella polvere che ricopre le persone. Al di là di quel velo che rende tutti simili, dello stesso colore, dello stesso odore.
Comunque.
Fa strano stare seduti sul letto, col mac sulle ginocchia, a scrivere di pensieri sconnessi e flussi di idee senza uno scopo ben preciso. Mentre nell'altra stanza c'è la coinquilina che ride divertita, parlando al telefono con il ragazzo lasciato lontano. E ritrovarsi con la faccia triste a pensare alla propria, di situazione, a una telefonata sussurrata perchè lui è in una lontanissima biblioteca, a preparare strani esami di filosofia, mentre la sua voce è quasi imbarazzata, rotta da silenzi vuoti. Niente da dire, niente da pensare. Niente da poter dire.
E la vita continua a scorrere, fregandosene di quello che avviene nella scatola dei giorni di ognuno. Come se tutto fosse davvero dettato dal caso, e non da un disegno preciso.
Il caos, legge universale, senza rimedi o banali speranze. Dovrebbe essere bello, solitamente lo è.
Ma non adesso. Non ora, non in questo calderone di volontà inespresse e desideri senza possibilità di realizzazione.
Risulta difficile anche concentrarsi sulla bellezza delle esperienze che sto facendo. Giornalismo, workshop, scritture, esercizi, concorsi. Conoscenza e curiosità.
E' che pretendere e puntare alla perfezione non sempre porta felicità. Anzi, quasi mai.
Porta solo a non fermarsi.

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:: mercoledì, 24 ottobre 2007 ::
Per poi capire quanto tempo hai perso, perdi e perderai. Perché sono fin troppe le cose uniche e incredibili che potresti riuscire a plasmare da questo stato d’animo.
E non lo fai, no, non lo farai mai. E lo sai. Pigrizia, in fondo. Pigrizia e paura di scavare. Le stesse cose che critichi e giudichi negli altri, sei tu la prima a farle. Limite, difetto, terrore. Chi lo sa. Ma non ti va bene, come in fondo non ti va bene anche tutto il resto. Anche le cose e i gesti che gli altri hanno imparato ad amare, a considerare tuoi e bellissimi per questo, perché non appartengono a nessun altro se non a te.
Ma tu non puoi vedere, no, davvero non ci riesci. E come potresti mai, impegnata come sei nella continua e perpetua ricerca del meglio, della perfezione, della meta più lontana e inaccessibile?
Eppure basterebbe così poco.
Fermarsi anche solo un secondo. Scrollarsi la polvere di dosso, mettere le mani in tasca e voltarsi. A guardare la strada sabbiosa percorsa, vedere le proprie orme pian piano svanire nel vento, portate chissà dove, e accennare un sorriso. Di quelli sinceri, che annichiliscono il resto, fini solamente a loro stessi. A guardare quella strada e compiacersi di quanti chilometri, lentamente, sono stati mangiati. Sempre troppi nell’insieme, e sempre troppi pochi durante il cammino.
E capire che accanto c'è qualcuno. Lontano ancora, seppur vicinissimo in quella lontananza. Ma c'è.
E riempie quei vuoti che ci sono tra te e il mondo. Unico capace di farlo. Unico e scintillante.

Non sei mai stata così rilassata
Così serena ed abbandonata
Così viva e così perduta
Come se ti fossi appena ritrovata
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:: mercoledì, 10 ottobre 2007 ::
Forse mi devastavano, mi facevano rimanere in quella dimensione eterea e priva di appigli. Ma ero protetta, ero protetta da ciò che mi tagliava dentro.
Mentre ora. Ciò che è intorno è talmente doloroso e sporco e marcio e putrido e sottile che anche un sogno, uno dei più dolci, può sbriciolarmi come un sasso su un vetro.
Sogni che parlano di sguardi, di impercettibili gesti, di sorrisi, di carezze, di abbandoni e saluti struggenti. Una volta non avrebbero fatto tanto male, erano l’ordine del giorno, la realtà costruita in cui avevo scelto di vivere.
E oggi invece?
Oggi sono troppo bruciata dal vero per rimanere impassibile davanti a un sogno notturno.
Troppo debole per farmi scivolare dalla testa come acqua le sensazioni provate e al contempo mai provate.
C’è bisogno di amore vero.
Che non vedo.

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:: mercoledì, 19 settembre 2007 ::
Come non poter prevedere ciò che accadrà, il valutare morbosamente ogni potenziale possibilità che, comunque, non sarà abbastanza.
La legge del caos. Il battito d’ali di una farfalla a Pechino che provoca uragani in Australia. I sette livelli di conoscenza per arrivare a incontrare chi vuoi. Facezie del genere, insomma.
Ma più nel dettaglio. Più nel dettaglio sto parlando delle meravigliose sorprese che accadono ogni giorno. Non serve pensare in grande; basta analizzare il sorriso che scaturisce da un fiore regalato spontaneamente, o la dolcezza che accompagna il sentire pronunciare il proprio nome da una persona che ci attrae.
Per poi scivolare alle grandi situazioni della vita, certo.
Il confrontarsi con persone che hanno i nostri stessi interessi. Il vivere in una città nuova, che però riesce ad abbracciarci e a capirci meglio di quella in cui si è sempre vissuto. Le risate in casa, vedere tre persone che non appartengono allo stesso nucleo familiare formare una nuova famiglia, forse migliore di quella vera, siccome in questo caso ce li siamo scelti, i compagni di quotidianità, e non trovati per caso.
E poi anche i dolori. Le lacrime, i pensieri cupi e densi come la notte. Che abbiamo comunque nella solitudine, che però è sempre meno solitaria di quella a cui siamo abituati.
Vedere volti nuovi, ascoltare pronunce differenti, assaggiare sapori che non conoscevamo, annusare profumi che ci ricordano altro, toccare con una nuova consapevolezza. Crescere, apprendere, stupirsi. Vivere, insomma.
Vivere la vita che abbiamo sempre voluto, ancora troppo poco perfetta, ma pur sempre migliore di quella che ci aspettavamo.
Sentirsi grandissimi e, un attimo dopo, fuori luogo, piccoli quasi quanto una formica.
Dimenticando per un attimo che tutto è talmente relativo che un solo momento di pura felicità riesce a compensare tutte le difficoltà e le amarezze.
C’è veleno e c’è miele.
Serve forse altro?
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:: lunedì, 16 luglio 2007 ::
C'è che la scuola Holden, il primo anno per lo meno, è finito. E ancora devo capirci qualcosa. Perchè, ora che vedo le 18:09 di un mesto lunedì di metà luglio lampeggiare in alto a destra sullo schermo di questo computer, capisco che se sono ancora qui a pensarci c'è un motivo. Il motivo è quello che odio, aborro, non sopporto, disprezzo, detesto, maledico, rifuggo. Cose che, a rifletterci un secondo, non sono certo poche. Odio metà classe perché ha un indubbio talento nello scrivere e riesce a farlo quotidianamente, l'altra metà perché dice la parola giusta al momento giusto e viene ricompensata con sorrisi, pacche e incoraggiamenti. Aborro il non essere spiccata nei giudizi di fine anno, di essere in quella media mediocrità troppo importante per stare in basso, e troppo inadeguata per stare in alto. E aborro anche il sentirsi dipendenti da simili giudizi. Non sopporto di essere sempre puntualmente arrivata in ritardo alle lezioni, e anche nella consegna dei compiti. Soprattutto perché, molte volte, io la buona volontà ce la mettevo. Ma erano gli eventi a non mettercela. Disprezzo chi ha già un progetto per l'estate, per il futuro, per una sceneggiatura, per la vita. Disprezzo con altrettanto gusto chi, in quest'anno, ha trovato l'amore, o l'amicizia sincera di qualcuno che è come lui. Detesto ancora di più me stessa quando, con ritmica e cadenzata regolarità, ogni sera mi rigiro nell'enorme letto dalle lenzuola spaiate per ripetermi che da domani cambia tutto, che se non sono io la prima a lavorare i risultati non vengono certo da soli, che non devo invidiare visceralmente gli altri perchè hanno idee migliori o più originali delle mie, perché la bile è amara e sembra veleno, fiele, e magari rovina anche la pelle. Detesto quando dico che "la scuola Holden è giusta per me", e in fondo non faccio un emerito cazzo per potermi dire orgogliosa o soddisfatta. Maledico ogni singolo istante in cui ho scelto di uscire a fare aperitivi e a ubriacarmi, invece di andare a zonzo per la città, assorbire bellezza e vita per poi sputare parole mie. L'unico risultato sono stati kg di alcool accumulati sul culo. Rifuggo tutti i ragazzi incontrati quest'anno. Potevano essere l'ispirazione per un romanzo, il più bello dell'universo, la storia d'amore capace di mettere in ombra Giulietta e Romeo. Invece niente, nada, zero, siccome ogni singolo ragazzo di età tra i 25 e i 35 anni sufficientemente intelligente e interessante è fidanzato. O, in alternativa, gay. O convive. E quindi questo è il mio bilancio di 10 mesi di Torino: sentimentalmente sola come un cane, ancora incapace di cucinare e di non mischiare i panni in lavatrice, sempre più dubbiosa su questo cavolo di talento che ancora si deve capire se è contenuto in qualche ghiandola nascosta nel cervello, ingrassata di dieci chili, potenzialmente alcolista, drammaticamente tabagista, ma tutto sommato non si lamenta. In fondo credo al destino. L'illusione dei poveri, può essere. Ma se sono arrivata a Torino – e me ne sono innamorata – un motivo ci deve essere per forza. Anche se questo finale pseudo-rincuorante non mi piace affatto: sono, in fondo, tremendamente irritata. Con me stessa, s'intende.
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pagine di rabbia e sdegno, pagine introverse
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:: sabato, 23 giugno 2007 ::
Magari si fanno attendere troppo, aspetto che il tubo di scappamento sia completamente ingolfato, e poi lascio che faccia un tonfo fortissimo. Magari è sbagliato, magari controproducente o dannoso per la salute. Ma meglio tardi che mai, no?
Però, in fondo, ogni tanto mi capita di provare emozioni intense, e senza un significato chiaro. Anzi, fin troppo spesso. Come l'altro giorno, di ritorno dalla val di Susa - appoggiata con la testa al finestrino posteriore. A pensare a quanto, periodicamente, ami così tanto la vita, le emozioni, le nuove inaspettate situazioni, che non ce la faccio a stare buona ad attenderle e brucio dentro, brucio io e vorrei bruciare anche tutta quella strada che mi divide dal futuro.
Un film di Tarantino, in poche parole. Una di quelle scene in cui si guarda da vicinissimo una lunga striscia di polvere da sparo sullo stradone deserto. E sentire il BANG della pistola. E vedere una minuscola scintilla che corre su quel filo nero. E una nuvola rossissima subito dopo. Fuoco, aria. Terra su cui brucia. E acqua con cui spegnerla. Tutto il mondo, insomma, racchiuso in un'esplosione. Così vorrei sentire la mia futura vita. Bruciarla.
Oppure un focolare enorme vorrei, e gettarmici nel mezzo. Vivere tutto insieme, sentirlo anche dentro i polmoni, e stare così. Incollata e congelata in un istante che è tutto, presente e passato, futuro e eternità.
Ma poi scuoto la testa, vedo gli altri a bordo che ridono per il verso cantanto male di una canzone inglese. E capisco che non posso vivere tutto subito. Tutti gli anni del mondo in un secondo volatile. Devo fare un respiro profondo, attendere, e succhiare quello che c'è di meraviglioso nei momenti diluiti della mia vita. E, alla fine, ridere. Nel vedere la mia storia coloratissima, viva. Come una fotografia satura.
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La sola regola eroica: essere soli soli soli. Quando passerai una giornata senza presupporre nè implicare in nessun tuo gesto o pensiero la presenza di altri, potrai chiamarti eroico. O altrimenti essere Cristo - cioè annientarsi. Ma l'hai detto ieri - nessuno rinuncia a ciò che conosce - e tu conosci troppe cose.
Chi si sbaglia è chi non capisce ancora il suo destino. Cioè non capisce qual è la risultante di tutto il suo passato - che qui segna l'avvenire. Ma lo capisca o no, glielo segna lo stesso. Ogni vita è quello che doveva essere.
[Cesare Pavese]

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