:: domenica, 23 settembre 2007 ::
E’ fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. Un poco più magra, più pallida, più diafana, però leggera, col languore soave della convalescenza, dentro cui già palpitano vaghe illusioni nuove. Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con se stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttare via i vestiti indossati quando c’era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile, sbarazzarsi dei libri che anch’egli aveva letto e la cui comune conoscenza stabiliva una complicità segreta, vendere il cane che ormai aveva imparato a riconoscerlo e gli correva incontro al cancello del giardino, abbandonare le amicizie che erano appartenute a entrambi, cambiare perfino casa perché al bordo di quel camino lui una sera si era appoggiato con un gomito, perché un mattino quella porta si era aperta, e dietro era apparso lui, perché il campanello della porta continuava a dare lo stesso suono di quando lui veniva, e in ogni stanza le sembrava così di riconoscere una sua misteriosa impronta. Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.
Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato. Non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L’ha fatto. Ed è guarita. Ora è mattino, con un bel vestito azzurro che la sarta le ha appena mandato, Irene sta per uscire di casa. Fuori c’è il sole. Lei si sente sana, giovane, tutta lavata dentro, come quando aveva sedici anni. Felice addirittura? Quasi.
Ma da una vicina casa viene una breve onda di suono. Qualcuno ha la radio accesa e una finestra è stata aperta. Aperta e poi subito chiusa.
E’ bastato. Sei sette note, non di più, la sigla di un vecchio motivo, la sua canzone. Su, coraggiosa Irene, non perderti per così poco, corri al lavoro, non fermarti, ridi! Ma un vuoto orrendo le si è già formato entro nel petto, ha già scavato una voragine. Per mesi e mesi l’amore, questa strana condanna, aveva finto di dormire, lasciando che Irene s’illudesse. Ora una inezia è stata sufficiente a scatenarlo. Fuori passano le macchina, la gente vive, nessuno sa di una donna che, abbandonata nel pavimento a ridosso della porta di casa come una bambina castigata, sciupandosi il bel vestito nuovo, perdutamente piange. Lui è lontano, non tornerà mai più, e tutto è stato inutile.
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:: mercoledì, 19 settembre 2007 ::
Come non poter prevedere ciò che accadrà, il valutare morbosamente ogni potenziale possibilità che, comunque, non sarà abbastanza.
La legge del caos. Il battito d’ali di una farfalla a Pechino che provoca uragani in Australia. I sette livelli di conoscenza per arrivare a incontrare chi vuoi. Facezie del genere, insomma.
Ma più nel dettaglio. Più nel dettaglio sto parlando delle meravigliose sorprese che accadono ogni giorno. Non serve pensare in grande; basta analizzare il sorriso che scaturisce da un fiore regalato spontaneamente, o la dolcezza che accompagna il sentire pronunciare il proprio nome da una persona che ci attrae.
Per poi scivolare alle grandi situazioni della vita, certo.
Il confrontarsi con persone che hanno i nostri stessi interessi. Il vivere in una città nuova, che però riesce ad abbracciarci e a capirci meglio di quella in cui si è sempre vissuto. Le risate in casa, vedere tre persone che non appartengono allo stesso nucleo familiare formare una nuova famiglia, forse migliore di quella vera, siccome in questo caso ce li siamo scelti, i compagni di quotidianità, e non trovati per caso.
E poi anche i dolori. Le lacrime, i pensieri cupi e densi come la notte. Che abbiamo comunque nella solitudine, che però è sempre meno solitaria di quella a cui siamo abituati.
Vedere volti nuovi, ascoltare pronunce differenti, assaggiare sapori che non conoscevamo, annusare profumi che ci ricordano altro, toccare con una nuova consapevolezza. Crescere, apprendere, stupirsi. Vivere, insomma.
Vivere la vita che abbiamo sempre voluto, ancora troppo poco perfetta, ma pur sempre migliore di quella che ci aspettavamo.
Sentirsi grandissimi e, un attimo dopo, fuori luogo, piccoli quasi quanto una formica.
Dimenticando per un attimo che tutto è talmente relativo che un solo momento di pura felicità riesce a compensare tutte le difficoltà e le amarezze.
C’è veleno e c’è miele.
Serve forse altro?
--- || 16:07 || Soffocatemi di commenti (2) || ---
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La sola regola eroica: essere soli soli soli. Quando passerai una giornata senza presupporre nè implicare in nessun tuo gesto o pensiero la presenza di altri, potrai chiamarti eroico. O altrimenti essere Cristo - cioè annientarsi. Ma l'hai detto ieri - nessuno rinuncia a ciò che conosce - e tu conosci troppe cose.
Chi si sbaglia è chi non capisce ancora il suo destino. Cioè non capisce qual è la risultante di tutto il suo passato - che qui segna l'avvenire. Ma lo capisca o no, glielo segna lo stesso. Ogni vita è quello che doveva essere.
[Cesare Pavese]

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