:: giovedì, 11 settembre 2008 ::

quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell'onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda.
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:: lunedì, 07 luglio 2008 ::
che ancora mi sto rotolando sul letto come un verme inquieto. incapace di dormire, incapace di alzarsi.
che è giunto il momento di mettersi a dieta.
che quest'afa, dopo un pò, taglia la gola. e spezza gli occhi già la luce fluorescente del sole.
che vorrei trovare una storia perfetta e definita per costruirci intorno un romanzo.
che mi manca il sapore della salsedine sulle labbra. e la sabbia dentro il costume.
che è bello guardare il mondo dalle ferite orizzontali delle persiane.
che vorrei sapere dove mi porterà la mia estate. Iniziamo da quella, magari è più semplice.

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pagine introverse
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:: giovedì, 17 aprile 2008 ::
Il problema in questi cinquantanove anni è stato un altro: come può una scrittrice espiare le proprie colpe quanto il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c'è nulla al di fuori di lei. E' la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c'è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei. E' sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto. Si risolve tutto nel tentativo. Ian McEwan, Atonement (Espiazione)
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pagine altrui
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:: lunedì, 17 marzo 2008 ::
quando si capisce di non avere una vita sufficientemente magica o avventurosa tale da procurare interesse. quando tutta la specialità che si sentiva scorrere nelle vene non è altro che un modo per evadere dalla mediocrità, da sempre e per sempre odiata. un continuo raccontarsi boiate per giustificare il banale.
non si scappa, no, prima o poi tutto diventa chiaro e lucido, specchio su cui non si può fare a meno di vedere. certo, tutto può essere soggettivo. ma le tracce alla base sono quelle, la somiglianza con tutti gli altri pure.
è qui che si fa uno scalino in più. è qui che si decide di dare importanza alla forma, al sentimento, al colore con cui si sceglie di osservare il mondo. il proprio filtro personale. unico e inimitabile.
c'è troppa uguaglianza per essere unici. è necessaria una finzione genuina.

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pagine introverse
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:: giovedì, 10 gennaio 2008 ::
Parti, ritorna. Non riesci nemmeno a riprendere un vecchio ritmo, una vecchia abitudine, che subito il treno fischia e l'odore di stantio dei sedili ti rientra nel naso per sei ore.
La velocità, sia della locomotiva sia della vita. Mai un attimo per fermarsi e riflettere. Su quello che si fa, su quello che si è e non si vuole essere. E su cosa vogliamo diventare. E su chi non vogliamo intorno.
Non c'è tempo. Non c'è tempo, il cancro del secolo. La frenesia. Il non pensare come forma di difesa.
Ma è così indispensabile vedere al di là di quella polvere che ricopre le persone. Al di là di quel velo che rende tutti simili, dello stesso colore, dello stesso odore.
Comunque.
Fa strano stare seduti sul letto, col mac sulle ginocchia, a scrivere di pensieri sconnessi e flussi di idee senza uno scopo ben preciso. Mentre nell'altra stanza c'è la coinquilina che ride divertita, parlando al telefono con il ragazzo lasciato lontano. E ritrovarsi con la faccia triste a pensare alla propria, di situazione, a una telefonata sussurrata perchè lui è in una lontanissima biblioteca, a preparare strani esami di filosofia, mentre la sua voce è quasi imbarazzata, rotta da silenzi vuoti. Niente da dire, niente da pensare. Niente da poter dire.
E la vita continua a scorrere, fregandosene di quello che avviene nella scatola dei giorni di ognuno. Come se tutto fosse davvero dettato dal caso, e non da un disegno preciso.
Il caos, legge universale, senza rimedi o banali speranze. Dovrebbe essere bello, solitamente lo è.
Ma non adesso. Non ora, non in questo calderone di volontà inespresse e desideri senza possibilità di realizzazione.
Risulta difficile anche concentrarsi sulla bellezza delle esperienze che sto facendo. Giornalismo, workshop, scritture, esercizi, concorsi. Conoscenza e curiosità.
E' che pretendere e puntare alla perfezione non sempre porta felicità. Anzi, quasi mai.
Porta solo a non fermarsi.

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pagine introverse
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:: martedì, 30 ottobre 2007 ::

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:: mercoledì, 24 ottobre 2007 ::
Per poi capire quanto tempo hai perso, perdi e perderai. Perché sono fin troppe le cose uniche e incredibili che potresti riuscire a plasmare da questo stato d’animo.
E non lo fai, no, non lo farai mai. E lo sai. Pigrizia, in fondo. Pigrizia e paura di scavare. Le stesse cose che critichi e giudichi negli altri, sei tu la prima a farle. Limite, difetto, terrore. Chi lo sa. Ma non ti va bene, come in fondo non ti va bene anche tutto il resto. Anche le cose e i gesti che gli altri hanno imparato ad amare, a considerare tuoi e bellissimi per questo, perché non appartengono a nessun altro se non a te.
Ma tu non puoi vedere, no, davvero non ci riesci. E come potresti mai, impegnata come sei nella continua e perpetua ricerca del meglio, della perfezione, della meta più lontana e inaccessibile?
Eppure basterebbe così poco.
Fermarsi anche solo un secondo. Scrollarsi la polvere di dosso, mettere le mani in tasca e voltarsi. A guardare la strada sabbiosa percorsa, vedere le proprie orme pian piano svanire nel vento, portate chissà dove, e accennare un sorriso. Di quelli sinceri, che annichiliscono il resto, fini solamente a loro stessi. A guardare quella strada e compiacersi di quanti chilometri, lentamente, sono stati mangiati. Sempre troppi nell’insieme, e sempre troppi pochi durante il cammino.
E capire che accanto c'è qualcuno. Lontano ancora, seppur vicinissimo in quella lontananza. Ma c'è.
E riempie quei vuoti che ci sono tra te e il mondo. Unico capace di farlo. Unico e scintillante.

Non sei mai stata così rilassata
Così serena ed abbandonata
Così viva e così perduta
Come se ti fossi appena ritrovata
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pagine introverse
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:: venerdì, 19 ottobre 2007 ::
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell'Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.
I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.
L'iter proposto da Levi limita, di fatto, l'accesso alla Rete.
Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?
La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all'albo come direttore responsabile.
Il 99% chiuderebbe.
Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura.
Il disegno di legge Levi-Prodi deve essere approvato dal Parlamento. Levi interrogato su che fine farà il blog di Beppe Grillo risponde da perfetto paraculo prodiano: "Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l'Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere".
Prodi e Levi si riparano dietro a Parlamento e Autorità per le Comunicazioni, ma sono loro, e i ministri presenti al Consiglio dei ministri, i responsabili.
Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia.
Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico.
Dal Blog di Beppe Grillo. www.beppegrillo.it
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pagine di rabbia e sdegno
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:: mercoledì, 10 ottobre 2007 ::
Forse mi devastavano, mi facevano rimanere in quella dimensione eterea e priva di appigli. Ma ero protetta, ero protetta da ciò che mi tagliava dentro.
Mentre ora. Ciò che è intorno è talmente doloroso e sporco e marcio e putrido e sottile che anche un sogno, uno dei più dolci, può sbriciolarmi come un sasso su un vetro.
Sogni che parlano di sguardi, di impercettibili gesti, di sorrisi, di carezze, di abbandoni e saluti struggenti. Una volta non avrebbero fatto tanto male, erano l’ordine del giorno, la realtà costruita in cui avevo scelto di vivere.
E oggi invece?
Oggi sono troppo bruciata dal vero per rimanere impassibile davanti a un sogno notturno.
Troppo debole per farmi scivolare dalla testa come acqua le sensazioni provate e al contempo mai provate.
C’è bisogno di amore vero.
Che non vedo.

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pagine introverse
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:: domenica, 23 settembre 2007 ::
E’ fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. Un poco più magra, più pallida, più diafana, però leggera, col languore soave della convalescenza, dentro cui già palpitano vaghe illusioni nuove. Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con se stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttare via i vestiti indossati quando c’era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile, sbarazzarsi dei libri che anch’egli aveva letto e la cui comune conoscenza stabiliva una complicità segreta, vendere il cane che ormai aveva imparato a riconoscerlo e gli correva incontro al cancello del giardino, abbandonare le amicizie che erano appartenute a entrambi, cambiare perfino casa perché al bordo di quel camino lui una sera si era appoggiato con un gomito, perché un mattino quella porta si era aperta, e dietro era apparso lui, perché il campanello della porta continuava a dare lo stesso suono di quando lui veniva, e in ogni stanza le sembrava così di riconoscere una sua misteriosa impronta. Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.
Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato. Non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L’ha fatto. Ed è guarita. Ora è mattino, con un bel vestito azzurro che la sarta le ha appena mandato, Irene sta per uscire di casa. Fuori c’è il sole. Lei si sente sana, giovane, tutta lavata dentro, come quando aveva sedici anni. Felice addirittura? Quasi.
Ma da una vicina casa viene una breve onda di suono. Qualcuno ha la radio accesa e una finestra è stata aperta. Aperta e poi subito chiusa.
E’ bastato. Sei sette note, non di più, la sigla di un vecchio motivo, la sua canzone. Su, coraggiosa Irene, non perderti per così poco, corri al lavoro, non fermarti, ridi! Ma un vuoto orrendo le si è già formato entro nel petto, ha già scavato una voragine. Per mesi e mesi l’amore, questa strana condanna, aveva finto di dormire, lasciando che Irene s’illudesse. Ora una inezia è stata sufficiente a scatenarlo. Fuori passano le macchina, la gente vive, nessuno sa di una donna che, abbandonata nel pavimento a ridosso della porta di casa come una bambina castigata, sciupandosi il bel vestito nuovo, perdutamente piange. Lui è lontano, non tornerà mai più, e tutto è stato inutile.
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pagine altrui
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:: mercoledì, 19 settembre 2007 ::
Come non poter prevedere ciò che accadrà, il valutare morbosamente ogni potenziale possibilità che, comunque, non sarà abbastanza.
La legge del caos. Il battito d’ali di una farfalla a Pechino che provoca uragani in Australia. I sette livelli di conoscenza per arrivare a incontrare chi vuoi. Facezie del genere, insomma.
Ma più nel dettaglio. Più nel dettaglio sto parlando delle meravigliose sorprese che accadono ogni giorno. Non serve pensare in grande; basta analizzare il sorriso che scaturisce da un fiore regalato spontaneamente, o la dolcezza che accompagna il sentire pronunciare il proprio nome da una persona che ci attrae.
Per poi scivolare alle grandi situazioni della vita, certo.
Il confrontarsi con persone che hanno i nostri stessi interessi. Il vivere in una città nuova, che però riesce ad abbracciarci e a capirci meglio di quella in cui si è sempre vissuto. Le risate in casa, vedere tre persone che non appartengono allo stesso nucleo familiare formare una nuova famiglia, forse migliore di quella vera, siccome in questo caso ce li siamo scelti, i compagni di quotidianità, e non trovati per caso.
E poi anche i dolori. Le lacrime, i pensieri cupi e densi come la notte. Che abbiamo comunque nella solitudine, che però è sempre meno solitaria di quella a cui siamo abituati.
Vedere volti nuovi, ascoltare pronunce differenti, assaggiare sapori che non conoscevamo, annusare profumi che ci ricordano altro, toccare con una nuova consapevolezza. Crescere, apprendere, stupirsi. Vivere, insomma.
Vivere la vita che abbiamo sempre voluto, ancora troppo poco perfetta, ma pur sempre migliore di quella che ci aspettavamo.
Sentirsi grandissimi e, un attimo dopo, fuori luogo, piccoli quasi quanto una formica.
Dimenticando per un attimo che tutto è talmente relativo che un solo momento di pura felicità riesce a compensare tutte le difficoltà e le amarezze.
C’è veleno e c’è miele.
Serve forse altro?
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pagine introverse
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:: lunedì, 16 luglio 2007 ::
C'è che la scuola Holden, il primo anno per lo meno, è finito. E ancora devo capirci qualcosa. Perchè, ora che vedo le 18:09 di un mesto lunedì di metà luglio lampeggiare in alto a destra sullo schermo di questo computer, capisco che se sono ancora qui a pensarci c'è un motivo. Il motivo è quello che odio, aborro, non sopporto, disprezzo, detesto, maledico, rifuggo. Cose che, a rifletterci un secondo, non sono certo poche. Odio metà classe perché ha un indubbio talento nello scrivere e riesce a farlo quotidianamente, l'altra metà perché dice la parola giusta al momento giusto e viene ricompensata con sorrisi, pacche e incoraggiamenti. Aborro il non essere spiccata nei giudizi di fine anno, di essere in quella media mediocrità troppo importante per stare in basso, e troppo inadeguata per stare in alto. E aborro anche il sentirsi dipendenti da simili giudizi. Non sopporto di essere sempre puntualmente arrivata in ritardo alle lezioni, e anche nella consegna dei compiti. Soprattutto perché, molte volte, io la buona volontà ce la mettevo. Ma erano gli eventi a non mettercela. Disprezzo chi ha già un progetto per l'estate, per il futuro, per una sceneggiatura, per la vita. Disprezzo con altrettanto gusto chi, in quest'anno, ha trovato l'amore, o l'amicizia sincera di qualcuno che è come lui. Detesto ancora di più me stessa quando, con ritmica e cadenzata regolarità, ogni sera mi rigiro nell'enorme letto dalle lenzuola spaiate per ripetermi che da domani cambia tutto, che se non sono io la prima a lavorare i risultati non vengono certo da soli, che non devo invidiare visceralmente gli altri perchè hanno idee migliori o più originali delle mie, perché la bile è amara e sembra veleno, fiele, e magari rovina anche la pelle. Detesto quando dico che "la scuola Holden è giusta per me", e in fondo non faccio un emerito cazzo per potermi dire orgogliosa o soddisfatta. Maledico ogni singolo istante in cui ho scelto di uscire a fare aperitivi e a ubriacarmi, invece di andare a zonzo per la città, assorbire bellezza e vita per poi sputare parole mie. L'unico risultato sono stati kg di alcool accumulati sul culo. Rifuggo tutti i ragazzi incontrati quest'anno. Potevano essere l'ispirazione per un romanzo, il più bello dell'universo, la storia d'amore capace di mettere in ombra Giulietta e Romeo. Invece niente, nada, zero, siccome ogni singolo ragazzo di età tra i 25 e i 35 anni sufficientemente intelligente e interessante è fidanzato. O, in alternativa, gay. O convive. E quindi questo è il mio bilancio di 10 mesi di Torino: sentimentalmente sola come un cane, ancora incapace di cucinare e di non mischiare i panni in lavatrice, sempre più dubbiosa su questo cavolo di talento che ancora si deve capire se è contenuto in qualche ghiandola nascosta nel cervello, ingrassata di dieci chili, potenzialmente alcolista, drammaticamente tabagista, ma tutto sommato non si lamenta. In fondo credo al destino. L'illusione dei poveri, può essere. Ma se sono arrivata a Torino – e me ne sono innamorata – un motivo ci deve essere per forza. Anche se questo finale pseudo-rincuorante non mi piace affatto: sono, in fondo, tremendamente irritata. Con me stessa, s'intende.
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pagine di rabbia e sdegno, pagine introverse
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:: sabato, 23 giugno 2007 ::
Magari si fanno attendere troppo, aspetto che il tubo di scappamento sia completamente ingolfato, e poi lascio che faccia un tonfo fortissimo. Magari è sbagliato, magari controproducente o dannoso per la salute. Ma meglio tardi che mai, no?
Però, in fondo, ogni tanto mi capita di provare emozioni intense, e senza un significato chiaro. Anzi, fin troppo spesso. Come l'altro giorno, di ritorno dalla val di Susa - appoggiata con la testa al finestrino posteriore. A pensare a quanto, periodicamente, ami così tanto la vita, le emozioni, le nuove inaspettate situazioni, che non ce la faccio a stare buona ad attenderle e brucio dentro, brucio io e vorrei bruciare anche tutta quella strada che mi divide dal futuro.
Un film di Tarantino, in poche parole. Una di quelle scene in cui si guarda da vicinissimo una lunga striscia di polvere da sparo sullo stradone deserto. E sentire il BANG della pistola. E vedere una minuscola scintilla che corre su quel filo nero. E una nuvola rossissima subito dopo. Fuoco, aria. Terra su cui brucia. E acqua con cui spegnerla. Tutto il mondo, insomma, racchiuso in un'esplosione. Così vorrei sentire la mia futura vita. Bruciarla.
Oppure un focolare enorme vorrei, e gettarmici nel mezzo. Vivere tutto insieme, sentirlo anche dentro i polmoni, e stare così. Incollata e congelata in un istante che è tutto, presente e passato, futuro e eternità.
Ma poi scuoto la testa, vedo gli altri a bordo che ridono per il verso cantanto male di una canzone inglese. E capisco che non posso vivere tutto subito. Tutti gli anni del mondo in un secondo volatile. Devo fare un respiro profondo, attendere, e succhiare quello che c'è di meraviglioso nei momenti diluiti della mia vita. E, alla fine, ridere. Nel vedere la mia storia coloratissima, viva. Come una fotografia satura.
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pagine introverse
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:: venerdì, 13 aprile 2007 ::
C’era una volta un bimbo che aveva paura del buio e non riusciva a dormire.Ombre Cinesi
I genitori gli lasciavano accesa la luce del comò, ma ogni volta che la mamma accostava la porta della cameretta, il buio dell’armadio sembrava la porta di un mondo oscuro e l’attaccapanni era un mostro a otto braccia.
Una sera, inquieto, afferrò lo zaino di scuola da cui tolse un libro. Era grande e imponente, con la copertina in rilievo. Era un manuale di ombre cinesi.
Ci aveva riflettuto. Aveva paura delle ombre. Ma avrebbe avuto paura anche delle ombre che produceva con le sue stesse dita? Per questo prese in prestito quel volume.
Figura uno: il cane. Unì le mani; la loro sagoma scura riflessa sul muro non lo spaventò.
Dormì tranquillo, con la pace dipinta sul volto.
La sera dopo, e quelle seguenti, continuò a esercitarsi. Il cervo, la farfalla, il coniglio. Un’immagine per ogni pensiero, per ogni paura da cacciare.
Notte dopo notte, giunse all’ultima pagina del tomo. Si ripromise di imparare anche quell’ombra cinese. E si disse che non avrebbe più avuto paura del buio.
Era, quella, una figura difficile. Doveva utilizzare anche le braccia. Dopo alcuni tentativi fallimentari vide ricrearsi sul muro un cigno identico al disegno pitturato sulla pagina.
Sorrise, si sentì felice: aveva finalmente sconfitto il suo terrore per le ombre.
Si addormentò abbracciando il libro.
La mattina seguente sua madre non lo trovò sotto le coperte. Non era neppure in bagno o in cucina. Era rimasto solo il libro, con le pagine stranamente bianche.
Lui era scomparso. Era diventato un’ombra. Convertito nella materia di cui è fatta la notte. Mangiato dalle figure a cui dava vita per pochi istanti.
Quando di notte avete paura, sfiorate un’ombra. Se sentite dei capelli fini o della pelle liscia, non spaventatevi. E’ lui che gioca.
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pagine di racconti
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:: domenica, 28 gennaio 2007 ::
Che dire, che fare. Me e te. Per quella bocca storta e quei denti bianchi. Per quella voce che riesce a farmi riposare sulle parole che pronuncia.
Con le lacrime agli occhi per una serata partita quasi euforica. Dentro il bagno prima di imboccare la porta per uscire. Sotto lo scroscio della doccia a ripetersi che stasera sarà diverso. Che staserà sarò più serena, sarò me stessa e cristo decisa a dimostrare che posso stare bene ed essere splendida. Brillare per farmi ammirare, per ammaliare.
E invece no. Paraorecchie rossi e la sensazione di essere troppo poco perfetta.
E invece no. Rivedere nell’acqua del Po una seta che apparteneva solo al mare salentino. Presagio triste di un dopo ancor più malinconico.
Impazienza rampante, delusione a cena perché la mia cura nell’abbigliamento, quel tocco in più con cui mi dipingo l’anima solo nelle occasioni particolari, non può venire raccolto. Non era a cena.
E lo incontro solo lì, all’interno di una panetteria piena di gente accalcata per bere e mangiare focacce scadenti. Tra migliaia di persone, devo incontrare proprio lui. Assurdo. Assurdo perché le coincidenze non esistono. Lo incontro lì. Seguito da una dea dell’amore. Altamagrabiondaocchiazzurri. Tutto ciò che non sono io.
Lei. Lei occhi freddi e sfuggenti. Neppure mi guarda.
Lui. Lui un bacio sulla guancia. E un sorriso di sopresa, quasi. “Ehi martiii.”
Io. Io troppo ridicola e fuori luogo per essere spontanea. Unica frase. Ciao gli altri sono là. Poi ricevere un bacio quasi di ringraziamento. Un bacio che ho succhiato con labbra occhi e polmoni. Cervello e cuore.
Uscire di nuovo, raggiungere i ragazzi. Leggermente insicura. Come un tassello di me che si è perso per strada.
I ragazzi che ignoro e che mi ignorano. Giusta moneta per giusto stato d’animo. Né troppo, né poco.
A scalciare perché vorrei farmi guardare ballare. A scalciare perché lui non c’è. Perché gli altri non se ne interessano. Perché fanno finta di non sapere.
A scuotere chiedendo il seguito della serata. A pressare per andarcene. Per raggiungerlo, ovvio.
E si va. Si raggiunge. “hai freddo alle orecchie stasera?”
“Si. ... Oh, ti stanno bene, sono del colore degli occhiali”. Quanto vorrei baciarti. Quantovorreiavercuradite. Ti farei sentire. Quello che sono. Quello che tu sei per me. Quello che rispondono le mie emozioni quando ti vedo. E anche un pizzico di più.
Vorrei passeggiare con te in una sera d’inverno.
Anzi no, quello era Buzzati. Io vorrei guardarti la bocca mentre parli per desiderare mangiarla. Ridere con te quando intravedo le fossette affacciarsi sulle guance. Addormentarmi accarezzandoti il cotone dei capelli. Assumere il tuo profumo come una medicina. Riposare i pensieri nell’incavo del tuo collo. Trovare una pace mai sognata guardando i nostri piedi andare allo stesso ritmo camminando in un parco pieno di foglie. In silenzio. Perché ci sarebbe tanto silenzio, di quello buono. Di quel silenzio che non servono parole per spiegarlo, perché basterebbero gli occhi e le anime talmente pure da non aver bisogno d’altro.
Due che fanno uno. Uno più uno che rimane uno.
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pagine di uomini perfetti
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:: lunedì, 25 dicembre 2006 ::
--- || 17:53 || Soffocatemi di commenti (9) || ---
pagine di follie sarcastiche
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:: sabato, 28 ottobre 2006 ::
Ho da dire della prima volta che la sabbia mi finì tra le dita dei piedi. Della prima sigaretta, del primo libro letto all'ombra del tiglio in giardino, dell'esame delle elementari, della prima volta che le guance mi si tinsero di rosso. Ho da dire dei miei occhi truccati di nero e dell’ultimo concerto in cui ho pianto, il primo incidente da cui sono uscita viva. Ho da dire del bicchiere d’acqua che trema sul tavolo mentre le persone vi appoggiano le mani sopra, di quel libro che sempre ho iniziato ma che mai finirò. Ho da dire delle delusioni che mi suscita un posto immaginato ma che non coincide con la realtà. Della prima guida al volante di una punto rossa e della cinquecento scassatissima che sempre mi attende a casa, vecchio cavallo fedele al padrone. Ho da dire delle mille rotture, sia della pelle che dell’anima. Di un falò sulla spiaggia a ferragosto, dei paguri che pescavo dall’acqua salata e che trasferivo in un nuovo acquario, il mio secchiello rosa della Barbie. Ho da dire del mio ultimo tuffo da uno scoglio salentino, del bicchiere di vino rosso bevuto tutto d’un fiato trattenendo il respiro. Ho da dire dei profumi che ricordano luoghi nascosti nella memoria e persone che non sento da anni, o che forse non vedrò mai e che ho solo immaginato. Dei soldi che si trovano per caso in fondo allo zaino mentre cerchi distrattamente le chiavi di casa, delle foglie rosse striate di giallo che scricchiolano sotto i piedi in settembre.
Dei vestiti appesi ai balconi ad asciugare al tiepido sole, e delle mollette colorate che li trattengono in aria. Del vento che fa volare cartacce al bordo dei marciapiedi.
Ho da dire del sapore delle fragole a metà maggio e della dolcezza dello zucchero filato che si scioglie a contatto col calore della lingua. Del luccicare degli orecchini di una ragazza che passeggia accanto a me, del sorriso sdentato dei vecchi e del sorriso sdentato dei bambini.
Degli sguardi che riesco a rubare ai passanti mentre sono seduta sul tram, delle scarpe messe in ordine nella scarpiera a casa. Della zuppa che mia nonna mi teneva calda ogni volta che tornavo dall’asilo, di un barbone che dorme sulla scalinata di una chiesa e del profumo gentile di una primula strappata in collina. Ho da dire dell’odore delle pagine dei libri antichi e delle nenie dei carillon, della lacrima alla fine di un film d’amore e dell’ultima discriminazione razziale. Dei mille caratteri di word e dell’infinita eredità di Bill Gates. Del caffè troppo dolce e quello troppo amaro, di quello corretto con la sambuca e dei bambini che giocano a campana.
Ho da dire dei cieli azzurri, dei lampioni di Parigi, dei tramonti e delle nuvole che sembrano figure. Ho da dire dei sogni a occhi aperti. E anche di quelli a occhi chiusi.
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:: venerdì, 06 ottobre 2006 ::
Bisogna sempre essere ubriachi. C.Baudelaire
Tutto qui: è l'unico problema.
Per non sentire l'orribile fardello del tempo
che vi spezza la schiena e vi piega a terra,
dovete ubriacarvi senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù:
come vi pare, ma ubriacatevi.
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pagine altrui
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:: giovedì, 28 settembre 2006 ::
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:: lunedì, 04 settembre 2006 ::
Sono una pigra del cavolo che sta anni senza aggiornare il blog.
Sono la solita che, invece di raccontare la propria strepitosa vacanza in Salento con un'amica fantastica (e altri 30 aretini presenti nel campeggio di Frassanito, ma qui ci stendiamo un velo che è meglio), copiaincolla una poesia-canzone-preghiera di Vinicio Capossela per compensare le mancanze d'ispirazione creativa.
Ah, il concerto di Vinicio del 5 luglio a Bari è stato...uh, indescrivibile? Uno spettacolo coreografico, emozionante, strappalacrime, fatto di gioia ed emozioni, balli e risate. Unico, e basta. Irripetibile - purtroppo.
Però non sto dormendo sugli allori, eh.
Miliardi di foto. Miliardi di modifiche/filtri/fotoritocchi con Photoshop. Bestemmie contro il fotografo che mi stamperà gli scatti troppo tardi, e se saranno venuti male lo ucciderò perchè la mia mostra è sabato e domenica e qui i tempi stringono.
Poi vi parlerò della mostra, vi parlerò delle vacanze e della mia assurda voglia di fare mille cose.
Senza portarne a termine neppure una.
Enjoy guys.
Stanco di vedere le parole che muoiono stanco di vedere che le cose non cambiano stanco di dover restare all’erta ancora respirare l’aria come lama alla gola. Stanco di vedere le parole che muoiono stanco di vedere che le cose non cambiano stanco di dover restare all’erta ancora respirare l’aria come lama alla gola. Andare a piedi fino a dove non senti dolore solo per capire se sai ancora camminare. Il mondo è un corpo coperto di lividi, i miei pensieri sempre più vividi. Corpi sulla strada che si lasciano affittare, tavole anatomiche da saccheggiare. Corpo perfetto, corpo immortale. Il corpo è la frontiera che si può violare. Santi burocrati, sangue d'ipocriti, la vita spesso è una discarica di sogni che sembra un film dove tutto è deciso, sotto ad un cielo di un grigio infinito. Andare a piedi fino a dove non senti dolore solo per capire se sai ancora camminare. Sono le gambe piene di lividi, sono pensieri sempre più ruvidi. Corpi di macerie da telegiornale, corpi diplomatici in diretta a conquistare. Suona la marcia suonala ancora, la morte veste bene quando scatta l’ora. Cristi che piangono per troppo dolore, l’angoscia di un pianeta che puoi sezionare. Taglia la torta, tagliala ancora: chi è ricco resta vivo mentre il povero muore. Corpi e macerie da conquistare per un corpo d’armata sotto le fanfare. Corpo straziato, corpo a corpo, il corpo è l’innocenza che si può spezzare. Santi burocrati, sangue d'ipocriti, la vita spesso è una discarica di sogni che sembra un film dove tutto è deciso, sotto ad un cielo di un grigio infinito. Santi burocrati, seme d'ipocriti, la vita è scritta sopra un cumulo di sogni, come in un film dove tutto è deciso, sotto ad un cielo di un grigio infinito.
--- || 15:24 || Soffocatemi di commenti (9) || ---
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La sola regola eroica: essere soli soli soli. Quando passerai una giornata senza presupporre nè implicare in nessun tuo gesto o pensiero la presenza di altri, potrai chiamarti eroico. O altrimenti essere Cristo - cioè annientarsi. Ma l'hai detto ieri - nessuno rinuncia a ciò che conosce - e tu conosci troppe cose.
Chi si sbaglia è chi non capisce ancora il suo destino. Cioè non capisce qual è la risultante di tutto il suo passato - che qui segna l'avvenire. Ma lo capisca o no, glielo segna lo stesso. Ogni vita è quello che doveva essere.
[Cesare Pavese]

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